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PREGATE PER EA
Massimo Zamboni
Einaudi, 2025
Dedicato a Ea Il 14 ottobre è uscito il nuovo libro di Massimo Zamboni, “Pregate per Ea” (Einaudi, 16 euro). Un testo che arriva dopo il meritato successo dei romanzi “L’eco di uno sparo” e “La trionferà”, entrambi usciti per i tipi di Einaudi. Anche in questo nuovo libro Zamboni, chitarrista dei CCCP e dei C.S.I., dimostra quanto si trovi a suo agio sia con la storia, quanto meno la micro-storia che, per definizione, confluisce nella macro-storia, sia con le parole. Allo stesso tempo il musicista è attratto dall’archivio, inteso sia come luogo, sia come spazio dove la storia rimane in gestazione, e in attesa non di un parto naturale, ma di un’occasione per venire alla luce. A questo si aggiunge, appunto, una passione per la parola. Anche i suoi lavori da solista – mi riferisco ai dischi – avevano fatto capire come Zamboni sia persona che abita le parole, mai utilizzate a sproposito, mai abusate e mai denigrate. La sua attenzione al linguaggio è pregevole, e ne fanno uno dei rari casi di musicisti prestati alla letteratura che sono stati in grado di andare oltre il loro personaggio. Le parole, per Zamboni, meritano il rispetto che anche la storia esige. Un connubio intenso, come quello fra musica e parole, nelle canzoni. La scrittura e il conseguente sguardo sulla realtà che viene proposto dallo scrittore Zamboni, sono dunque capaci, insieme, di aggiungere valore a quello che viene narrato nel testo. Il fatto diventa storia, e così c’è materiale per una narrazione che travalica la mera memoria di ciò che è accaduto. E questo succede per la capacità che gli autori come Zamboni hanno di leggere la realtà, il vero valore intrinseco contenuto nella sua narrazione e nei suoi libri. Zamboni, insomma, è persona da leggere non perché musicista, ma perché autore capace, attento e in grado di far brillare le ferite della storia (come sosteneva Benjamin nelle sue “Tesi sulla Storia”). Operazione riuscita a pochi, che si contano su una mano sola. Zamboni, che già con “L’eco di uno sparo” si era contraddistinto per uno stile asciutto, non retorico, puntuale e personale, torna ai lettori e alle lettrici con una storia che si è originata nel cuore di quella montagna che ben conosce, perché ci vive. Qui, nei boschi di queste zone appenniniche fra Emilia e Toscana, c’è una pietra, che testimonia una storia. Una storia d’altri tempi, come d’altronde erano storie d’altri tempi quelle narrate nei due libri Einaudi precedenti. Storie di soglie, di vicende a cavallo di epoche – la Resistenza, il Comunismo all’italiana e, ora, l’avvento dello Stato italiano unitario – dove l’accadere è stato travagliato – e per molti versi è ancora incerto nelle documentazioni – il presente era in continuo divenire, e il passato doveva ancora lasciare spazio a ciò che sarebbe stato. In questa dimensione temporale, in un villaggio reale che però appare essere fuori dal tempo, Zamboni fa (ri)vivere la storia di Domenica Gebennini, donna uccisa (chissà…) in vicende non chiare (come sempre accade nei casi di femminicidio) della quale non resta che quella testimonianza sulla pietra, fotografata nelle prime pagine del libro. “Pregate per Ea” è la frase che chiude il testo su quella pietra che, fra foglie e muschio, resiste al passare del tempo. Questo il fatto, non tanto l’espediente, dal quale nasce la narrazione. Un sasso, una scritta che conservano la poca memoria di Domenica. Zamboni si impegna a far parlare questa pietra, e il risultato è ottimo. Non solo la storia emergerà, mantenendo intatte le sue contraddizioni, ma diventa sguardo sul passato che illumina il nostro presente. Infatti, la macro-domanda dalla quale parte Zamboni – sia chiaro, non esplicita – è chi si nasconda dietro a questa storia? Un mondo, anzi, un universo in espansione, pur se lento, che però deve fare i conti con il tempo presente (all’epoca dei fatti) e, ora, nel nostro presente, con il tempo che passa, e che sta passando velocemente, e che è destinato a cambiare quello che stiamo vivendo. Il piccolo paese in Val d’Asta, sull’Appennino Emiliano, alla luce dei fatti raccontati resiste, insiste, e si trincera dietro alla propria durezza. Così la morte di Domenica, che scatena il processo e le vicende che Zamboni ricostruisce, viene vissuta in modo collettivo come un fatto che si colloca sulla soglia. Quella di un’epoca che è destinata a chiudersi, ma che non vuole lasciare spazio al futuro ormai incanalato. In poche parole, le piccole comunità e l’avvento dello Stato Unitario. Da un lato un femminicidio, termine non ancora decodificato, che si deve chiudere velocemente perché si tratta di una donna che è morta, e non di un uomo. Dall’altro una giustizia nuova che, all’epoca, si muove all’interno di un mondo nuovo, quello dell’Unità d’Italia, dinamica che nessuno conosceva e che, Zamboni lo sottolinea senza scadere nella retorica nazionalista, nessuno voleva perché vissuta come imposizione dall’alto. Il risultato, prima che essere una storia di violenza, è uno scontro etnico fra civiltà che non si conoscono, con regole, usi e costumi lontani anni luce. Zamboni, con attenzione da cronista di razza, descrive molto bene l’arrivo dei militari (italiani) nel villaggio (dell’Appennino), la paura e la diffidenza reciproca, il disagio esistenziale di questi incontri. Una vicenda che racconta di due mondi, di due civiltà, di due universi che si toccano per la prima volta, e che si potranno penetrare con lentezza, per via di continue e opposte resistenze. Da un lato il mondo del villaggio di montagna, comunità chiusa ermeticamente che non vuole cambiare, che non vuole invasioni di campo; dall’altro un neonato Stato Unitario che si vuole naturalmente imporre, e che non è capace di dialogare con chi, fino a quel momento, di Stato non ha mai sentito parlare. Zamboni si pone come osservatore sulla soglia, e cioè sul passaggio di civiltà, cercando di capire cosa accade alla macro-storia quando la micro-storia, e cioè i fatti e non le teorie, inceppano e bloccano il meccanismo. “L’eco di uno sparo” era l’eco di un’uccisione nel periodo già contraddittorio della storia d’Italia; “La trionferà” erano i sogni, poi infranti, di un piccolo mondo che guardava a un universo di speranza; l’uccisione di Domenica è una quotidianità dove manca tutto, dal movente alla necessità. Eppure la storia deve fare i conti con ciò che si muove: il macro mondo attorno al microcosmo. “Pregate per Ea” è il monito della pietra, ma è anche la testimonianza dalla quale ricaviamo la cartina tornasole di un mondo e di un’epoca di passaggio, di soglie, di cambiamenti e di accadere, libero e selvaggio, di un futuro veloce. Allora, a conti fatti, siamo noi nel villaggio di montagna, mentre attorno a noi donne muoiono in continuazione, senza sosta, e in circostanze mai chiare. Lo Stato ci prova, ma di fatto si scontra con tribalismi, totem e tabù, convenzioni, paure ancestrali e pregiudizi. Non resta che pregare per Ea, nella speranza manzoniana che la Provvidenza faccia la sua parte. Però il gesto dello scrivere fa la differenza, e Zamboni ci consegna una micro-storia del passato che ci mette davanti alla schizofrenia della nostra epoca. Nessuno davvero sa mai nulla di ciò che accade? La domanda è lecita, ma la risposta spaventa. Articolo di Luca Cremonesi |