L'ECO DI UN SPARO Cantico delle creature emiliane Massimo Zamboni Einaudi - Supercoralli 2015

Agli sconosciuti

 “A voi tutti dico: rifate come ho fatto io la storia

della vostra famiglia, e vedrete che dicono tutte

la stessa storia. Perché la natura grida forte che cosa

bisogna fare, la società pure, ma gli uomini ancora

non capiscono e si fanno male con le mani loro”

Alcide Cervi, “I miei sette figli”

L'eco di uno sparo è Premio Alessandro Manzoni 2015 per il romanzo storico e Premio città di Omegna per la Resistenza 2015 

Recensione di Davide Ferrario su Corriere della Sera, 11 luglio 2015: Non è un caso che durante i concerti dei Post-CSI, ultimo avatar del mitico gruppo rock CCCP di cui Massimo Zamboni fu fondatore, venga letto il passo di La casa in collina in cui Cesare Pavese scrive che «Ogni guerra è una guerra civile; (...), ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione». Sembra nascere da quelle lontane riflessioni L?eco di uno sparo (Einaudi, pagine 191, e 18,50): un libro magnifico, il primo romanzo italiano in cui si colgono la possibilità e il senso di una pacificazione spesso evocata, ma mai seriamente capita e voluta. La storia raccontata da Zamboni comincia in modo fenogliano, come una «questione privata». Nel febbraio del 1944 un gruppo di gappisti ammazza il nonno materno dell?autore, un fascista della prima ora. È la classica azione partigiana: gli attentatori nascosti; una lunga, polverosa strada di campagna emiliana al crepuscolo; la vittima intabarrata che torna a casa in bicicletta. Ulisse, questo il nome del nonno, non ha scampo.È un lavoro che porta l?autore a scavare nella storia della sua famiglia e della Resistenza reggiana, segnatamente i fratelli Cervi, dato che il nonno era commissario prefettizio proprio della loro zona. E, alla fine, a scoprire con ragionevole certezza i responsabili della morte di Ulisse: il leggendario capo partigiano Muso e il suo fido amico Robinson. Ma non basta. Perché la storia di Robinson e Muso, quindici anni dopo la fine della guerra, ha un epilogo tragico e imprevisto: Robinson uccide Muso a sangue freddo, regolando con un altro colpo di fucile i conti delle aspettative di una Resistenza forse non tradita, ma almeno terribilmente fraintesa. L?eco di uno sparo , badate bene, non è un noir. Non ha nulla dell?investigazione alla Lucarelli. Leggerlo è come starsene in una landa padana in un giorno di nebbia. Avverti intorno a te un mondo che decodifichi da lontano, per segni e indizi secondari, ma che intuisci pieno di cose, di eventi, anche di minacce ? attento ai suoni che ti guidano in una difficoltosa avanzata verso casa. Zamboni riesce a realizzare questo piccolo miracolo con uno stile perfetto, insieme analitico e passionale. Vi accoppia un?eccellente tecnica della digressione, di modo che il racconto non procede mai rettilineo, ma zigzaga e rimbalza avanti e indietro nel tempo, quasi a esorcizzare la terribile linearità della campagna padana, che sembra così piatta e scoperta, ma sa nascondere segreti e misteri. Come quello della sepoltura dei cadaveri dei fascisti ammazzati dopo il 25 aprile e mai più ritrovati.La pacificazione possibile narrata da Zamboni è lontanissima dalla banalità tipo «i morti sono tutti uguali». I morti restano diversi per la vita che hanno condotto, e insieme terribilmente simili, come diceva Pavese. Ma la chiave è leggere le vicende umane dentro il tempo lungo della terra che gli uomini accoglie: e L'eco di uno sparo è una struggente dichiarazione d?amore per Reggio Emilia e il suo territorio, dove ben si intuisce come  al netto di sciocchi ecologismi e leghismi un luogo condiziona le esistenze di chi ci vive e ne è al contempo segnato. Così, leggendo la storia degli uomini dentro il tempo ciclico del mondo naturale, si può arrivare, come scrive l'autore, a «chiudere il cerchio del dolore... per rinsaldare il vivere collettivo».© RIPRODUZIONE RISERVATA

Einaudi 2015, in libreria